Carrambata alla stazione Termini. Chi ti incontro, dopo aver sollevato lo sguardo per controllare a che punto fossi del capolinea dei bus? Lui, il disco grafico, cui quindi dedico il secondo post prima di quanto immaginassi. Lui pronuncia il mio cognome, io il suo nome. La situazione sembrava quasi normale, pur nella sorpresa di trovarlo lì. Ne sarebbero seguiti il bacetto di saluto ed avremmo parlato del più e del meno (soprattutto del meno). E invece, mentre mi accingevo a dargli il bacio, ricambiata, quello gira la testa, rapito da un bus in movimento.
“Noooooo! Seguimi, seguimi, seguimiiiiii!”, è tutto quello che dice già in corsa, facendomi scattare come una molla dietro di lui. Gli autisti Atac, in quel momento, hanno assistito a due pazzi che hanno tagliato in obliquo l’area del capolinea nell’inseguimento di un bus in corsa, che pensavo il disco grafico dovesse prendere per andare chissà dove. Sembravamo il ladro e la scippata. Forte del suo invito, mi preparavo a seguirlo su strade che portavano a tipografie, studi fotografici e luoghi Apple a me sconosciuti, quando mi accorgo che il bus in questione è un open di quelli turistici a due piani, e che il disco grafico lo insegue con una macchina fotografica per immortalare quanto scrittoci sopra. Allora rallento e lo tengo d’occhio, ridendo. Un semaforo rosso lo aiuta, il bus si ferma e lui fa due o tre scatti. Lo avvisto mentre spredica (conosco la mimica, smadonna di sicuro) e torna da dove era partito, dopo essersi guardato dietro ed avermi visto ad una certa distanza che lo saluto. Con la camicia rossa vinco sempre in visibilità. Quindi ci rivediamo donde eravamo partiti come gazzelle: “Tu lo sai di esserti appena meritato il secondo post, vero?” Ride ed impreca contro il lavoro, causa del suo vagabondaggio per Termini ad elemosinare immagini. Anzi, un’immagine sola, “perché de ‘sto m…a de open ce n’è uno solo, ed io non mi ricordo qual è. Te l’hai visto, quale era? Non è archeobus che sta qua, non è Roma Cristiana che sta là. Ma vaff.….o, va'!”.
Finisce il suo discorso con la rima finale? Niente affatto, la corsa adrenalinica richiedeva uno sfogo più completo: “Sto qui in giro da due ore per l’agenzia, a vagare senza dignità come un marocchino, anzi, il marocchino la sua dignità ce l’ha, almeno si ferma e vende qualcosa! Me ne vojo annà da ‘sto monno de matti. Tutto questo è follia allo stato puro!” Da sottolineare che queste frasi erano intervallate da risate di entrambi. Lui rideva perché la situazione era innanzitutto comica, io perché sentirlo condannare la pazzia dilagante mi riporta ai tempi sotto lo stesso tetto.
Caro disco grafico, tu ci sguazzi nella follia, perché sei folle a tua volta, perché uno che non lo è s’impiega in banca o alle poste, non sceglie il tuo lavoro. Anch’io, quando mi siedo per scrivere (ed anche a me capitano assurdità da mettere nero su bianco, altrochè!), mi rimprovero di non essere nata geometra dentro e fuori, patita di tailleur ed impostata. L’abito del geometra non è proprio il tailleur? Sicuramente, ma spero di aver reso il senso della ‘normalità’. Che noia, diranno alcuni. Che pacchia, rispondo io.
Non cogliere la pazzia del mondo, non viversela interiormente ed esteriormente, scartando a priori lavori sinceramente maledetti ed amati. “Me ne vojo annà, basta”. Quante volte al giorno si dice? Tante. Si farà? Forse sì o forse no, ma dovunque si vada alberga la follia, quando la si sa vedere.
Quindi, caro creativo, anche se lasci l’agenzia, rassegnati: continuerai a scorgere matti ovunque e a fare cose pazze. E se non le farai, diventerai ancora più pazzo tu a tua volta (mai mettere limiti alla Provvidenza). D’altronde, la follia basta disciplinarla, incanalarla: due scatti, qualche riga, la copertina (bella) di un disco (inascoltabile) che fa fare nottate, come alcune notti a scrivere non si sa bene cosa per andare a parare non si sa proprio dove.
Non se ne esce.
No exit.
No.
“Noooooo! Seguimi, seguimi, seguimiiiiii!”, è tutto quello che dice già in corsa, facendomi scattare come una molla dietro di lui. Gli autisti Atac, in quel momento, hanno assistito a due pazzi che hanno tagliato in obliquo l’area del capolinea nell’inseguimento di un bus in corsa, che pensavo il disco grafico dovesse prendere per andare chissà dove. Sembravamo il ladro e la scippata. Forte del suo invito, mi preparavo a seguirlo su strade che portavano a tipografie, studi fotografici e luoghi Apple a me sconosciuti, quando mi accorgo che il bus in questione è un open di quelli turistici a due piani, e che il disco grafico lo insegue con una macchina fotografica per immortalare quanto scrittoci sopra. Allora rallento e lo tengo d’occhio, ridendo. Un semaforo rosso lo aiuta, il bus si ferma e lui fa due o tre scatti. Lo avvisto mentre spredica (conosco la mimica, smadonna di sicuro) e torna da dove era partito, dopo essersi guardato dietro ed avermi visto ad una certa distanza che lo saluto. Con la camicia rossa vinco sempre in visibilità. Quindi ci rivediamo donde eravamo partiti come gazzelle: “Tu lo sai di esserti appena meritato il secondo post, vero?” Ride ed impreca contro il lavoro, causa del suo vagabondaggio per Termini ad elemosinare immagini. Anzi, un’immagine sola, “perché de ‘sto m…a de open ce n’è uno solo, ed io non mi ricordo qual è. Te l’hai visto, quale era? Non è archeobus che sta qua, non è Roma Cristiana che sta là. Ma vaff.….o, va'!”.
Finisce il suo discorso con la rima finale? Niente affatto, la corsa adrenalinica richiedeva uno sfogo più completo: “Sto qui in giro da due ore per l’agenzia, a vagare senza dignità come un marocchino, anzi, il marocchino la sua dignità ce l’ha, almeno si ferma e vende qualcosa! Me ne vojo annà da ‘sto monno de matti. Tutto questo è follia allo stato puro!” Da sottolineare che queste frasi erano intervallate da risate di entrambi. Lui rideva perché la situazione era innanzitutto comica, io perché sentirlo condannare la pazzia dilagante mi riporta ai tempi sotto lo stesso tetto.
Caro disco grafico, tu ci sguazzi nella follia, perché sei folle a tua volta, perché uno che non lo è s’impiega in banca o alle poste, non sceglie il tuo lavoro. Anch’io, quando mi siedo per scrivere (ed anche a me capitano assurdità da mettere nero su bianco, altrochè!), mi rimprovero di non essere nata geometra dentro e fuori, patita di tailleur ed impostata. L’abito del geometra non è proprio il tailleur? Sicuramente, ma spero di aver reso il senso della ‘normalità’. Che noia, diranno alcuni. Che pacchia, rispondo io.
Non cogliere la pazzia del mondo, non viversela interiormente ed esteriormente, scartando a priori lavori sinceramente maledetti ed amati. “Me ne vojo annà, basta”. Quante volte al giorno si dice? Tante. Si farà? Forse sì o forse no, ma dovunque si vada alberga la follia, quando la si sa vedere.
Quindi, caro creativo, anche se lasci l’agenzia, rassegnati: continuerai a scorgere matti ovunque e a fare cose pazze. E se non le farai, diventerai ancora più pazzo tu a tua volta (mai mettere limiti alla Provvidenza). D’altronde, la follia basta disciplinarla, incanalarla: due scatti, qualche riga, la copertina (bella) di un disco (inascoltabile) che fa fare nottate, come alcune notti a scrivere non si sa bene cosa per andare a parare non si sa proprio dove.
Non se ne esce.
No exit.
No.
3 commenti:
ho saputo che tra gli open bus turistici ce n'è uno con il logo dell'As Roma...mi auguro che il disco grafico non stesse cercando quello! altimenti sono io che "me ne vojo anna'"! F.
Secondo me fotografava le turiste...
Rispondo a sospettosi e maliziosi:
in realtà sull'open c'era la scritta di Philippe Daverio, proprio quello della rubrica televisiva "Passepartout".
Altro non so.
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