"Sono l'Impero romano alla fine della decadenza". Così Verlaine riassumeva in un sonetto la propria condizione di disfacimento, specchio di un'epoca in crisi e consapevole dello sgretolamento progressivo dei pilastri ottocenteschi. Il Novecento era alle porte, e con esso la follia delle guerre mondiali e la perdita dell'io che aveva trovato e provato nel XIX secolo un'impostazione razionale. Questa frase, sepolta nelle memorie liceali, ha fatto capolino nella prosaicità di un'attesa in metropolitana, leggendo su un supplemento finanziario sfogliato distrattamente, tra grafici con linee a picco e quotazioni borsistiche misteriose, la seguente frase: "Il decadente capitalismo internazionale, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso". Queste affermazioni appartengono a John Keynes e furono scritte nel 1933. Quello che fa grandi gli economisti è la loro capacità di giudicare in prospettiva, di avere uno sguardo a lunga gittata. Ciò rende tutta la miseria degli esperti attuali, che nella migliore delle ipotesi non hanno capito niente, nella peggiore sono corresponsabili consapevoli dei disastri attuali. Chi ci ha lucrato ed è stato zitto per interesse non lo ammetterà mai, quindi è sterile qualsiasi ricerca in questa fase di confusione suprema dove a patire, manco a dirlo, sono sempre gli stessi, quelli che pure prima della crisi non è che se la passassero benissimo. Sono entrata nel mondo del lavoro e del turismo, nella fattispecie, dopo l'11 settembre; tutti già a parlare di tempi bui, rievocando i meravigliosi anni '80 e '90, quando i soldi scorrevano a fiumi. Fase di transizione, ok. A me però questa transizione pare sempre più una condizione perenne, definitiva, come la precarietà di certe vite legate a lavori che fino ad una manciata di anni fa avrebbero garantito un'esistenza dignitosa. Sto parlando di professioni che richiedono una laurea, una specializzazione, una pratica non indifferente, la cosiddetta gavetta, appannaggio solo degli sfigati che quando sono veramente tali la fanno a vita. La condizione di decadente è molto dissimile da quella del decaduto, sebbene la preceda. Il decadente è anche un gaudente, se la spassa fino a quando può, più o meno consapevole che si sta consumando un mondo. Per il decaduto il mondo è già consunto, un'epoca si è chiusa per sempre. Così è stato per mio padre, primo della famiglia a lavorare dopo che mio nonno e tutti gli avi hanno vissuto di rendite fondiarie. Nonno si è goduto la vita, papà no, per quanto c'è da dire che anche i suoi cugini hanno iniziato a lavorare, e questo a prescindere dalla condotta dei loro padri, sicuramente irreprensibili, almeno rispetto a quella testa di indisciplina fenomenale di mio nonno, allegro nella vita e nelle finanze. Altro periodo storico, la terra non rendeva più come prima. Epperò i cugini di mio padre hanno avuto gioco più facile con i loro padri, eredità cospicue di beni tenuti come Dio comanda. Mio padre per rimettere in sesto la casa dissestata di famiglia scampata alle vendite e donata per miracolo da nonno si è dannato l'anima, ha speso tutto quello che aveva accumulato con il lavoro e qualcosa di più, ha fatto prestiti ed accettato di vivere con la suocera che ha venduto a sua volta la casa assieme a quella dove abitavamo quand'ero piccolissima. E qui mi fermo ad analizzare: un lavoro garantito, dei risparmi, due case, una famiglia numerosa, tre figlie non sono mica poche...Riconsidero la questione: forse il decadutismo, faccia seguente al decadentismo, non riguarda mio padre, quanto piuttosto me. Lui ha vissuto la sua giovinezza in un mondo in crescita, alla sua nascita fortunata si è aggiunto il boom degli anni '60, le sorti del mondo economico occidentale sembravano magnifiche e progressive. Quando crollò il comunismo mi colpì una frase di cui ho dimenticato l'autore: "Non è tanto una tragedia che sia caduto il comunismo, quanto che il capitalismo rimanga l'unico sistema economico in piedi". Questo capitalismo, aggiungo io, già stigmatizzato da Keynes, ora da tutti tardivamente riscoperto. "Ero l'Impero romano adesso decaduto", potrebbe essere allora il manifesto del Decadutismo che prende le mosse dal Decadentismo di Verlaine. Un mondo è finito. Forse si sta rigenerando, ma di sicuro è all'impasse. Il buonsenso mi dice che era inevitabile andasse così: l'avvitamento impazzito di certi trucchi finanziari e le favolose ricchezze accumulate in pochi anni da spregiudicati maghi della speculazione meritavano uno stop. Non so se e con quale capitalismo ripartiremo, né se riusciremo ad emanciparci dalla condizione di acritici consumatori grazie ai portafogli più vuoti e ad una soglia di attenzione che spero ci rendano più cittadini e consapevoli, allontanando la barbarie generata dall'irrazionalità delle paure e pensando a come riempire di contenuti una vita spesso distratta dagli acquisti inutili. I miei coetanei ed io siamo precipitati ad una soglia minima di speranze e di prospettive. "La mia generazione ha perso", cantava Gaber sconsolato. "La mia generazione è persa", rispondo con un significativo cambio di ausiliare ed un sottotitolo che dà un barlume di futuro: "se continua a guardare un mondo ormai decaduto".
Decadenti e decaduti, dopotutto, hanno ugualmente a che fare con le proprie decadi, che a loro volta decadono. Tempus fugit.
2 commenti:
Bisognerebbe allora capire a che mondo dobbiamo guardare...
molto intiresno, grazie
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