martedì 1 settembre 2009

A volte ritornano

Questo post mi gira in testa da un po’, precisamente dai saldi estivi quando, impelagata nella ricerca del mio vestito per l’ennesimo matrimonio, ho iniziato ad imbattermi in indumenti dall’inconfondibile ed orribile foggia anni ’80. Come, una povera crista come la sottoscritta cala di dieci chili, ne recupera cinque scarsi arrivando quasi a quota 50 e si deve imbattere in queste brutture di sacchi antifemminili che sembrano caduti addosso ed annullano tutte le forme? Per non parlare delle camicette: a palline o fiorate ma comunque a campana, mi stanno malissimo, come pure questi pantaloni a vita alta che rendono l’esistenza ancora più triste per chi li indossa e chi li guarda. Gli anni ’80 non possono e non devono tornare, siamo trent’anni oltre, nel mio caso anche qualcosa in più. Oppure, se proprio dobbiamo assistere a questa sconcezza, ridateci l’infanzia, “Bim Bum Bam”, “Arnold”, “I Jefferson” o, a parità anagrafica, un lavoro fisso e delle garanzie per il futuro. Respingo al mittente Craxi e la Milano da bere, riprendo la musica, ma la moda proprio no, proprio no, no, no e no. Vuol dire che girerò per anni con la roba acquistata in questo scampolo di secolo nuovo che ha visto il ritorno dei ’70, non a caso il decennio in cui sono nata: ’77, l’anno in cui i colori irrompono in televisione. Quando dici la fortuna. A volte ritornano, quindi. I vezzi del passato, le fasi che sembravano superate, i miei post. Vedete, fedeli lettori? A volte ritornano anche loro, magari in un giorno che da sempre segna il passaggio all’anno nuovo. Non è cambiato nulla con il lavoro, come a scuola a settembre si ricomincia, e gennaio è il principio solo per una decisione arbitraria del calendario. Settembre è il mese dei buoni propositi, che quest’anno non faccio perché non portano mai a nulla; è da quando ero ragazzina che va avanti questa inutile tiritera, adesso basta. A volte ritornano le intolleranze sociali più che alimentari, i silenzi meditati e meditativi, i passi fatti su cui si vorrebbe ripassare per ricordare com’è stato. Ritornano le giornate più corte come certe prospettive, ritornano le piogge e le malinconie per estati sempre meno solari ed abbronzate. A volte ritornano persone che dal passato ti fanno pensare a cosa erano ed in cosa si sono trasformate, e certe espressioni ed episodi che non pensavi ti potessero appartenere così tanto perché il tempo e la moda ti hanno portato ad aderire ad altro, specie se stretch. A volte ritornano certe fasi che preludono a certe stagioni, soprattutto interiori, in cui il mare ormai immaginato si tinge dei colori dell’ultimo bagno alle sette di sera in una tavolozza pastello che segna la fine di un’altra estate. A volte la gente di mare ritornano, cari romani, nella Capitale o in qualsiasi altra città, con sguardo spento ed occhi spaesati per quanto si è lasciato, che poi a ben pensarci è niente, altrimenti non si sarebbe fatto quel biglietto che ci ha portato altrove. A volte ritornano le incertezze degli inizi, la guerriglia cieca di radici ed ambizioni, i passati ed i futuri del tempo che è stato, la noia per le note ritornate e che ormai si sanno riconoscere. E dolce, ma anche no, è l’annegare in questo ritornare, che sa di nuovo e vecchio insieme in un corto circuito che ha davvero poco a che fare con la ragione. E meno male che ho studiato Filosofia e stiamo a questo punto di ritorno del non ritorno. Va bene, forse si sente che un po’ di filosofi li ho masticati, ruminati e mai sputati, rileggendomi si sente. Mi chiedo a cosa sia servito, ma è chiaro che l’Utilitarismo non è proprio la dottrina che ho fatto mia. Oppure sì, visto che con questo post credo di aver dato voce ad un’ansia più profonda di quella del ritorno degli ’80 che mi indisponeva circa un mesetto fa. Ora mi dispongo e mi indispongo a certi ritorni, e quelle certe volte che ritornano abbraccio il Felìde, nuova presenza di un panorama destinato a sfoltirsi di mare e familiarità antiche, e durante le sue fusa riesco anche a pensare con un lieve sorriso a stamattina in redazione, quando a causa della cellula malfunzionante il vetro scorrevole, messo dopo la mia partenza, non si è aperto con la giusta velocità ed io ci ho sbattuto la testa di brutto, lasciando l’impronta della fronte tra le risate dei colleghi e le mie, sebbene più doloranti.
Quando si dice un rientro traumatico.

2 commenti:

Marianna De Padova ha detto...

Ma che ti è accaduto in quel di Ostuni? La moda anni '80 orripila sì! ma non così tanto...
Non è niente quel che si lascia facendo il biglietto, è il tutto del trampolino.

Anonimo ha detto...

Perche non:)