Oggi vorrei ricordare un episodio venutomi in mente l’altro giorno, mentre guardavo il supermercato chiudermi la saracinesca in faccia, costringendomi ad una pizza. Innanzitutto i riferimenti spazio-temporali: fine ottobre 2007, casa che porta il nome del deserto più bello visto fino ad ora. Dovevamo lasciarla, come sapete, e perciò diamo un party d’addio per i più intimi. Niente festone, come preventivato, causa trasloco stancante all’indomani e necessità di preservare le energie. E come li vuoi accogliere, gli intimi quanto gli estranei per farli diventare intimi? Con del vino, ovvio. Sicchè mi avvio tosto al supermercato di fronte a casa per fare un po’ di rifornimento, portando la borsa con le ruote regalatami da mia madre. “Ti sarà utile quando vai al mercato”, mi disse. Sì, ogni mattina che Dio ha creato, infatti, ci vado. Non prendo nemmeno sonno per scrivere la nota delle verdure che acquisterò e pulirò con le mie mani nell’infinito tempo libero della settimana romana. Beati i pensionati di paese, che vedono scorrere il tempo mentre ad altre latitudini se ne contempla col panico il volo. Però tale borsa poteva essermi davvero utile, questa volta, dato che le bottiglie sarebbero state non meno di una decina ed io ero una sola. Quindi me la porto dietro e scodinzolante al supermercato, il suo rosso abbinato a quello del puma sulle scarpe ginniche. Anche il vino sarebbe stato rosso, senz’altro, come il mio maglione abbinato al puma delle scarpe ginniche. Quando si dice che gli animali ti condizionano la vita (ed il look). Così eccomi di fronte alle bottiglie da prendere. Sicuramente l’addio si sarebbe celebrato con del vino pugliese, ma anche con un tocco di Sicilia, di Abruzzo e di Toscana. Inizio a prendere le bottiglie e ad adagiarle nella borsa in maniera, badate bene, VERTICALE. Il fatto è che contemporaneamente sapevo benissimo che quella posizione fosse la più disgraziata ed avrebbe generato qualche disastro. E sempre in contemporanea, nell’ottimismo ed il sentimento di fiducia dei folli, quello stesso che mi fa essere sicura del calo dell’esosa rata del condominio romano, mi dico: “No, a me non succederà”. Con piglio deciso quanto intriso di una certa vaghezza, la borsa con due-tre bottiglie, trascino l’oggetto rosso verso i vini non pugliesi. Un rumore sordo di vetri alle mie spalle. Il disastro era compiuto. Arresto subito la borsa e la rimetto in VERTICALE da inclinata che era, e con straordinaria disinvoltura mi metto a contemplare il suo piscio rosso. “Ok, allora è successo”, mi dico con una calma che nulla aveva di umano. Mi dico che l’alienazione ha raggiunto livelli inimmaginabili. Marx e tutta la sua classe operaia avrebbero avuto un brivido. Dopo la constatazione, il capolavoro. Inclino di nuovo la borsa in cerca degli altri vini, come se nulla fosse successo (e naturalmente dopo aver adagiato le bottiglie in maniera ORIZZONTALE). Una linea rossa segna il mio passaggio. Altro che Rosso Trevi, Rosso Supermercato. Mi sentivo un’artista d’avanguardia. Anche il supermercato come il puma delle mie scarpe ginniche. Io sì che lasciavo il segno al mio passaggio. Gli altri? Indifferenti come me all’accaduto. Ho ritenuto opportuno andare alla cassa giusto quando ho cominciato a nausearmi della puzza di alcool emanata dalla borsa. La bottiglia spaccata in tre pezzi. La borsa che filtrava con una lentezza esasperante e continua gocce di Primitivo di Manduria. Ed avevo pure il ciclo. Una risata tra il goffo ed il complice quando mi confesso alla cassiera, dicendo che pago anche la bottiglia rotta e scusandomi per l’accaduto. “Non si preoccupi, ce ne eravamo accorti, poi si pulisce. La guardavamo da mezz’ora circa, in effetti, cioè da quando è accaduto il fatto”. Immagino che si siano interrogati sul mio continuare a cercare gli altri vini contemplando la mia faccia fintamente estranea alla vicenda mentre la borsa al mio fianco grondava vino. “La metta più in là, per favore” “Cosa?” “La borsa, continua a sporcare”. “Certo, scusi”. Pago velocemente ed imbocco l’uscita. Per fortuna pioveva, così la scia si confondeva col marciapiede bagnato. Un po’ mi è dispiaciuto. Finiva il mio quarto d’ora, anzi la mia mezz’ora, di celebrità. Sarei tornata nei colori opachi della quotidianità, dove una come me non lascia davvero traccia. Ovviamente la bottiglia è stata buttata nel bidone atto a raccogliere il vetro, ed ovviamente da allora la borsa ha smesso di fare pipì corposa e strutturata, rimanendo rossa, ma non producendo più rosso. Solo puzza. Così, mentre in cucina prendeva vita il party d’addio, la borsa era capovolta in bagno a sgocciolare dopo una bella doccia. Aveva celebrato con me l’addio ad una casa molto amata con il colore della passione, finita la quale, in genere, ci si lava. Dopo la linea rossa è iniziata quella blu, che da Tiburtina mi porta dovunque.
Ogni periodo ha il suo colore.
3 commenti:
No il Primitivo di Manduria no!
Anche a me il rosso carico del Primitivo ricorda una cena, non d'addio, niente traslochi il mattino seguente, ma una cena.
Lauta cena estiva che mi ha fatto scoprire questo vino corposo nonostante l'assenza di arrosto da abbinarvi...
Ma come si fa a dire che una come te non lascia il segno... mah...
Paquita...j'adore!
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