Oggi ho scoperto perché, tutto sottratto, mi piace andare anche nella metropolitana di Roma, che qui in città viene definita, più per pigrizia che per affetto, semplicemente metro. Ieri ero ancora piena del tube pride di Londra, e guardavo con sdegno e scuotendo il capo le ridicole linee romane che s’intrecciavano a Termini e venivano intersecate da quelle ferroviarie. Era ancora vivido il reticolo di Londra, la varietà dei colori, i mille cambi possibili. La mia linea era quella blu, direzione Cockfosters. Anche a Roma è quella blu, direzione Rebibbia. Direzione Laurentina la domenica, quando vado da zia. Volete mettere Cockfosters con Rebibbia? Insomma, pensavo a tutte queste cose surreali e ridevo dopo lo sdegno perché mi accorgevo che era finto, se riuscivo a riderne come stavo facendo. Deliri del rientro, senza dubbio. Stamattina mi sono svegliata con una voglia neutra di vivere. Né troppa, né troppo poca. Ad un certo punto, però, scendendo verso la metro dopo aver lasciato il consueto bus e un ricordo di me tra vecchie canzoni ascoltate, mi prende uno strano senso di pace. Un benessere immotivato quanto precario, lo sentivo. Ma perché? A cosa ricollegare questo guizzo di serenità? Lo scopro mentre si aprono le porte e sto per entrare nel vagone. In metro il cellulare non prende. Ecco perché! Non mi si poteva chiamare! Entravo in metropausa. Ora qualcuno penserà che chissà quali telefonate spiacevoli ricevo. No, affatto. Semplicemente ne ricevo abbastanza, un po’ per il lavoro, un po’ anche, fortunatamente, dagli amici, come per esempio Volk, che ieri mi ha chiamato per chiedermi come stessi e come avessi passato il Capodanno londinese. Mi ha fatto molto piacere non essere in metro, in questo caso. E allora perché, anzi, per chi, infilo la metro con un sospiro di sollievo? La risposta è presto trovata: la mia capa. In genere chiama sin dal mattino, e non dandomi nemmeno il tempo di darle il buongiorno mi dice tutto quello che c’è da fare. Non è cattiva, in nessun senso, ma è profondamente ansiosa, e questo spiega tanti atteggiamenti che altri scambiano per aggressività. Se poi aggiungete che lavoriamo in situazioni veramente critiche dal punto di vista organizzativo, si spiega tutto. D’altro canto, però, io sono flemmatica. Solo apparentemente, forse. Di sicuro la mattina. Fino a mezzogiorno non sono in piene forze, che recupero dalle cinque in poi del pomeriggio, giusto in tempo per spenderne un po’ nella calca, nuovamente in metro. Anche in questo caso momenti di benessere, perché una giornata di lavoro è finita. Quindi metro e benessere è il mio binomio? Mah. Di certo metro e divertimento, specie quando non avevo l’iPod e sentivo i commenti della ggente sui vari argomenti: cronaca, politica, economia, vita vissuta e desiderata. La metro è meglio di un giornale. Adesso guardo i volti e canto, a volte anche ad alta voce perché mi dimentico se c’è più o meno rumore. Me ne accorgo quando mi si guarda, ed allora abbasso la voce ed abbozzo un sorriso. Abbozzo, eh, che non si sa mai. Questa è dunque la scoperta di oggi. Il momento più bello della mattina è quando prendo la metro e tutto tace, tranne il mio iPod. Pensate che mattine di cacca, se le cose stanno così. Per fortuna ho sempre odiato la mattina, quindi non posso imputare quest’ostilità al momento attuale, ed un po’ mi rinfranco. Cerco di immaginare l’incubo della prima ora a scuola, quando la mia inquietudine si prolungava senza interruzioni da casa fino al banco, perdurante, tenace. Nemmeno un iPod, nemmeno una metro!
Che tempi bui, lettori miei.
Per fortuna che sono andati.
Tanto, pure a pensarla diversamente, sono andati comunque.
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