Giorni convulsi, questa settimana. Tali che ho preferito leggere piuttosto che scrivere. Giorni grigi, questa settimana, climaticamente e per quello che mi (ci) è toccato in sorte di leggere, specchio di quello che sta succedendo in questo Paese ad interim perenne. Una caligine morale e razionale avvolge le anime e la congiuntura storica, accidiosa e spenta come un cielo che non riesce nemmeno ad emettere un fulmine ed i cui tuoni borbottano tra nubi troppo spesse per lasciare passare suoni definiti. Scienza e fede, potere giudiziario e legislativo, centrodestra e centrosinistra mai così simili tra loro ed uniti da un lungo applauso al campione della cosiddetta Prima Repubblica, mai finita, maggioritario e proporzionale con sbarramento, basta che si salvino più poltrone possibile nella monnezza generale, umana e non. Dall’altra parte, gente chiamata a prendere nota di quanto avviene nel finto stupore di ciò che ognuno sa già per esperienza personale, e cioè che un concorso truccato o una promozione grazie ad una tessera di partito è cosa scontata, ovvia, normale in un Paese che può attraversare tutte le Repubbliche che vuole, sulla carta, ma rimane sempre fedele a se stesso. “Per fare in modo che tutto rimanga così com’è, è necessario che tutto cambi”. Avevo meno di vent’anni quando lessi per la prima volta “Il Gattopardo”, ma ho fatto subito mie quelle parole. Pessimismo e fastidio, come in un celebre intervallo della trasmissione “Ciro, il figlio di target”? No, perché ad un certo punto di questa settimana, dalla scalinata più bella del mondo, rotolano con un implicito marameo al sistema di sicurezza migliaia di palline colorate rosse, gialle, verdi e blu che rimbalzano fino alla Barcaccia, riempiendola. Lo Stivale conosce, dopo il rosso Trevi, la quadricromia dei nuovi Futuristi: “Tattarattattà, i fratelli d’Italia si son rotti le palle. Dal rosso Trevi alla quadricromia, noi futuristi ascendiamo alle vette più eccelse e ci proclamiamo signori della luce perché già beviamo alle fonti del sole. Una macchia di colore vi tumulerà. Noi siam da tempo calpesti e derisi perché non abbiam governi decisi”. Se il dibattito tra scienziati e sacerdoti mi aveva riportato agli anni di studi filosofici, la Barcaccia colorata mi ha rallegrato come agli albori della personale produzione artistica, prima che arrivasse il labor limae e l’urgenza della disciplina cui regolare i ritmi della creazione. Il colore ha seppellito lo scoramento come la risata anarchica la tristezza delle grisaglie, di qualsiasi tinta esse siano. In più mi ha dato l’orgoglio di aver profetizzato, in tempi non sospetti, un’azione nei confronti della Barcaccia, come dimostra il mio relativo post di ottobre. Certo non pensavo ad altri e provocatoriamente attribuivo il gesto a me, dato che non osavo sperare in un bis di questo tipo. Ora i critici si accapigliano sulla natura di questo blitz, se sia stato di natura artistica o meno, mentre altri si accapigliano sull’assenza del Pontefice alla "Sapienza", se si sia trattato di un atto censorio o meno. Poco mi cale. E’ dai tempi del Kant liceale che perseguo la terza via. Tra autorità della scienza ed autorità religiose ho scelto i maestri d’arte, cattivi o buoni che siano. Tra fenomeno della ragion pura e noumeno della ragion pratica, è stato la critica del giudizio il mio ponte, attraversando il quale si perde e conquista tanto, soffrendo ma anche divertendosi, roteando biglie colorate sul grigiore della quotidianità che, grazie a Dio, sa ancora impazzire fugando la fissità ondulatoria del pendolo che scandisce la vita di tutti. Se persino un fino e grande pensatore e poeta come Dante se ne esce con un verso come “Pape Satàn, pape Satàn aleppe”, qualche ragione la follia l’avrà pure, come la ragione ha la follia di voler spiegare tutto. Costruire qualcosa di pensato che dia il senso di questo assunto è la direzione che ho scelto di seguire. A volte basta davvero poco, altre è un’impresa titanica. Le palle colorate come un castello sul mare rivisto per la prima volta, riscoprendo significati colpevolmente accantonati tra una riga di lavoro ed un punto da rivendicare nelle miserie giornaliere. Fortuna che non si esaurisce tutto nelle questioni di principio e di certi principi.
Fortuna che ho abbracciato la terza via.
Non è certo la più facile, ma esalta al pari di poche cose della vita.
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