Raccolgo l’invito a scrivere del materiale umano in cui spesso m’imbatto per ragioni di lavoro.
Tengo a precisare, per chi non mi conosce e potrebbe pensare ad un giudizio sprezzante, che non sono per niente aliena alla fame ed all’alcool, per cui il motivo del presente post non pesca nella condanna per l’abuso di entrambi. Alle conferenze, però, come alle mostre, ai vernissage, alle presentazioni ed a tutte quelle situazioni che riconfermano come vada sempre a finire tutto nella pancia, ci sono dei tipi che mangiano di più e non c’entrano nulla col contesto. Non sono lì per scrivere, commentare, relazionare. La loro unica ed esclusiva relazione è quella col cibo, guardato con occhi sbarrati e cupidi sin dal loro ingresso in sala. So le obiezioni: “Come se gli addetti ai lavori non pensassero pure a quello…”; certamente, ma noialtri abbiamo anche delle responsabilità, almeno io di sicuro. Se dopo questi eventi non tornassi con una notizia o un’intervista subirei la reprimenda della capa, che mi farebbe giustamente notare come il mio stipendio non dipenda dal cibo ingurgitato alle conferenze.
La scena, in genere, è questa: col bicchiere semi-pieno (o semi-vuoto, dipende dai punti di vista), intenta ad imbastire chiacchiere a caccia di esclusive, scoop o semplicemente umanità del pezzo medio o grosso di turno, scorgo subito grazie al mio occhio allenato il componente di una formazione trasversale e dalle mille ramificazioni, tentacolare più di Cosa Nostra, infiltrata più del Mossad: la banda della tartina. Guardingo e sfrontato insieme, l’affiliato di questa banda, che non ha bisogno di tesserino ma solo di una grande faccia tosta, s’insinua tra gli invitati e lo sguardo sdegnato degli uffici stampa, spesso coscienti dei connotati di questi individui, sempre gli stessi, ma impossibilitati a scacciarli per evitare sceneggiate o situazioni sconvenienti. Incuranti di dare persino una parvenza lavorativa alla loro presenza, si aggirano subito tra i tavoli per ingozzarsi spingendo il malcapitato in fila oppure si siedono durante la conferenza, in caso di buffet a margine evento, lanciando ogni tanto al tavolo un’occhiata languida e piena di desiderio come quella che io riservo alla top five dei libri più venduti. Io scrivo, li guardo e sorrido. A volte qualcuno di loro scambia questo atteggiamento per solidarietà e saluta, anche perché nel frattempo certi personaggi li ho persino conosciuti. Uno si è infilato addirittura in un viaggio stampa. Non lavora per nessuna testata, non affolla nemmeno le fila dei colleghi in pensione che non scrivono più ma magnano come ossessi lamentandosi di glicemia e colesterolo. Uno, insomma, che come propria collocazione esistenzial-sociale ha soltanto quella dell’imbucato professionista, che si differenzia dall’imbucato praticante perché la sua esperienza è tale da permettergli di infilare parentado, amici e, meraviglia delle meraviglie, racimolare anche qualcosa di commestibile o di bevibile da portare a casa: pietanze, bottiglie, cestini. Il dono è tanto più stupefacente perché spesso non è previsto nemmeno per gli invitati, ma viene carpito furbescamente dall’emanazione bipede della banda della tartina che si rivolge direttamente ai camerieri, lasciandoli così basiti da costringerli in una sorta d’imbarazzo rovesciato a cedere quanto richiesto.
L’impudenza è tale che qualcuno degli interpellati quasi si scusa per non aver preceduto la richiesta. Spettatrice di queste performance, non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo tale straordinario talento non sia stato incanalato in altre attività più nobilitanti o generatrici di reddito.
Mi sembra uno spreco, infatti, che queste doti servano solo a tappare la pausa pranzo o cena, come ad un aderente della banda della tartina deve sembrare uno spreco tutto quel cibo che avanza e che quindi deve essere portato a casa. La sua, ovviamente. Credo si sia capito che ho verso questa categoria un approccio piuttosto ironico; riservo il sarcasmo ad un’altra conventicola, quella che invece fa ‘in’ un evento, lo rende happening, accadimento mondano degno di trafiletto sul Messaggero e che ti fa dire “C’ero anch’io” a chi rimane colpito da questo genere di cronache, spesso ubicato nei quartieri altolocati. Perché se si nominassero queste persone agli avventori del bar sotto casa mia la risposta sarebbe “E ‘sti c…i?”. Parlo della banda del nome, cioè di tutti coloro che si ritrovano sotto al grande albero della fama per differenti motivi, anche se forse sarebbe meglio parlare di cognome: in Italia è tutto.
5 commenti:
Ops...hai imbucato anche me qualche volta...mi sento colpevole...ma anche no...
Cmq vedo che gli avventori del bar sotto casa hanno già preso piede nei tuoi post...gelosia grrr!
Ti ho portato con me quando reso possibile dalle circostanze, ovvero quando l'invito era per due persone. Imbucarsi è un'altra cosa, fidati.
Quelli del bar sotto casa sono il segno di una continuità con la casa dei miei in paese.
Il bar come segno del passato che ritorna.
Grande! grazie per aver accolto l'invito ;) Te lo possiamo fare un complimeto o ti emozioni?!? ma dai su! tanto se anche fosse il rossore non lo vedrebbe nessuno quindi... "adoriamo il modo in cui scrivi :) assolutamente coinvolgente!"
Mi sa che qui ci tocca reperire il libro!
Cari Rapabianca, voi mi commuovete, soprattutto perchè intascare il 10% del prezzo di copertina del mio libro può svoltarmi davvero i regali di Natale :-). A parte gli scherzi, grazie, esisto per persone come voi. Un blog senza lettori è un nonsense, senza fans è un dramma. Se avete problemi a reperire il testo fatemi sapere, queste piccole case editrici non hanno una grande distribuzione.
Mentre vi applicate, un grato saluto.
E dopo aver scoperto che rapabianca ti ha chiesto un post sulla banda della tartina e tu l'hai scritto...SCORDATI DI MANGIARE ANCORA UNA SOLA VOLTA NELLA TUA VITA LA MIA FANTSTICA CHEESECAKE!
TZE'!
Posta un commento