martedì 4 dicembre 2007
I ragazzi del porto accanto (II)
Bene, vi ho lasciato ieri che aspettavamo dopo il pranzo ricco di sapori e compagnia gli amici della coamica e non solo. Per un breve lasso di tempo siamo ritornati in tre, e per commentare meglio i fatti abbiamo messo su un the. Poiché i commenti dopo occasioni così ghiotte sono lunghi ed articolati, sobbalziamo al suono del citofono. Solo quando guardiamo l’orologio ci rendiamo conto che è già l’ora dell’aperitivo, e quindi degli amici, che poi si riducono ad uno per l’impossibilità dell’altro di raggiungerci. Cambio immediato di set: le tazze vengono riposte nel lavello e siamo subito pronti con coppe di patatine e popcorn. Un film, proprio. Altra scena, altri discorsi, stesse risate. Il personaggio in questione ci viene a trovare in doppia veste di amico e vicino, e perciò ci confrontiamo sul campionario di umanità ultrapop (nel senso di ultrapopolare) che ci tange in questo nuovo quartiere. Dopo il suo saluto, citofono again ed arrivo del ragazzo della coamica. Noto prontamente i suoi ormai alti livelli di saturazione sociale, anche se la presenza di birre in cucina la tengono per un altro po’ legata ad uno spazio eminentemente comune. Vero è che non si sottrae mai ad un momento sociale coi più intimi, mentre il coamico, come sempre accade quando sta molto bene e si rilassa, cade in narcolessi in camera sua. Io allora, approfittando del ritirarsi di ciascuno nelle proprie stanze, prendo il mocio (eh, sì, alla fine ha vinto lui sul frocio vileda) e comincio a lavare, dato che il mio turno era stato il giorno prima, la casa riluceva e mi dava fastidio iniziare la settimana come se non avessi fatto niente. La gente sono sempre graditi ma sporcano, si sa. Mentre lavo suona il campanello, la coamica ricaricatasi in camera dopo una giusta dose d’intimità col ragazzo, che se ne va, esce per la birra rimanente, come da miei pronostici. “E ora chi è?” Io faccio spallucce e le dico subito che in cucina non si può entrare perché è bagnato, aumentando così il suo smarrimento. Il coamico, intanto, continuava a ronfare, come constatato dal ragazzo, nonché mio amico, intanto sopraggiunto. Al citofono era lui. Rimaniamo tutti e tre nell’ingresso: il mio amico che mi guardava, la coamica che puntava al frigo con le birre ed io che contemplavo il pavimento bagnato, subendomi pure le lagnanze di entrambi di non fare tanto la casalinga precisa, che pure se non asciugava al 100% si poteva entrare. E si entra. Ci rimettiamo a tavola a parlare “dell’interminabile giornata sociale”, per dirla con la coamica, che iniziava seriamente a dubitare della sua fine con occhi spaesati e sui quali si affacciava un panico venato di luppolo. Proprio a quel punto risuona il citofono, il coamico intanto si desta e ci guardiamo nuovamente tra il divertito e lo sgomento: ed ora chi sarà? Era l’amica al mio fianco durante il pranzo che aveva dimenticato la borsa. Facendo lei parte della cerchia degli intimi, s’intrattiene con noi a parlare di un suo periodo difficile. “Mi chiedo quando ne uscirò”, ci dice mentre la ascoltiamo, e pur essendo molto presa da suoi racconti non mi freno dal dichiarare: “Noi invece ci chiediamo quando usciremo da questa domenica”. Risate e risate ad undici inoltrate. Andava avanti così da quasi dodici ore. Gomiti appoggiati sul tavolo, chiacchiere ed attesa di un citofono che suonasse, per aprire la porta e sentire sempre nuove storie, vecchi e noti fatti, racconti. L’umanità vuole solo che le vengano narrate storie, in fondo. È per questo che a tratti mi sento profondamente filantropa. E poi la mancata organizzazione del tutto rendeva ancora più avvincente l’accaduto, senza contare che il mio spazio è stato sempre la cucina, se si eccettuano i minuti passati nella mia camera spalancata per illustrare ai presenti il tramonto, come se fosse il mio personale film (un po’ lo è, in effetti). Ho accennato che abbiamo tempi e durate differenti alle performance sociali, in casa, ed io sicuramente ne esco vincitrice. Questo non tanto per indole, quanto per antiche abitudini a visite che avrebbero sfibrato anche Marta Marzotto. Il commento finale lo lascio alla nostra ultima ospite che si voleva congedare in fretta mentre noi la invitavamo a sedersi ed a dirci ancora, a sfogarsi. “Come siete belli!”, ha esclamato mentre ridevamo e la facevamo ridere. Eravamo belli perché è stata una bella domenica, col suo vero senso e che ha tenuto per un po’ lontano quel malessere tipico della giornata e noto ad una fetta d’umanità più vasta di quanto pensassi. Ma questo è un altro post.
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2 commenti:
Certo che se quella di casal bruciato è umanità ultrapop come definite quella di tor bella monaca? Ragazzi miei..venite più spesso oltre il raccordo!
F.
ciao vale,come vedi io e rachele di qui alla fine ci siam passati e devo dire che credo ci torneremo più che spesso. scrivi così bene ;)
però ci aspettavamo un post sulla banda della tartina! non ne scrivi su richiesta?!? direi che uno strappo si può fare... per lo meno stavolta. baci!
Paolo e Rachele
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