lunedì 5 novembre 2007
Cuor di Fezzan
Anni fa, ennesimo programma di un viaggio speciale. Avrei scoperto finalmente cosa si celava dietro il nome della via che mi ha ospitato fino all’altro giorno. E cosa c’era, dall’altra parte del Mediterraneo? Sabbia del deserto e città antiche e teatri romani e ovviamente mare. Cammelli, dune ed impossibili crune d’ago dalle quali passare, beduini e tuareg che si improvvisano tali all’occhio ingenuo dell’occidentale piccolo piccolo perso nel deserto grande grande. Eppure, soltanto quando mi sono ritrovata al cospetto del cielo del deserto ho capito davvero il significato delle piantine esposte nei musei libici visitati. C’erano solo Italia, Grecia, Medio Oriente e Nord Africa evidenziati in giallino: da dove veniamo tutti, inclusi i fans di Ikea. Il resto dell’Europa e del mondo era bianco, in ombra. Nessun ruolo nella storia delle radici, se non per quanto accaduto quando quella fetta bianca ha interagito con questa giallina. E va bene, che tanto io sono nata nella parte giallina e questo non me lo toglie nessuno, anche se frequento centri commerciali ed ipermercati con l’iPod alle orecchie. Vedere cammelli al posto di cani e gatti è divertente, molto di meno tentare di mangiare couscous tra le mosche africane o di tenere gli occhi aperti quando soffia il vento sabbioso. Più facile rifare un letto che montare una tenda, più semplice guardare indietro piuttosto che avanti. Ma il cielo del deserto, come quello delle isole greche agli albori del turismo, è una rete in cui si rimane impigliati. Ti guarda e t’immobilizza come Medusa, e tu sai solo che fa molto freddo ed il giorno dopo le temperature saranno torride, e fai finta di maledire la terra senza vie di mezzo ma con una varietà infinita di sfumature. Ecco, la via che mi ha ospitato dal mio ingresso a Roma e fino all’altro giorno ha un nome che oggi collego a tutto questo. Niente di esterno, dunque, dato che già era tutto dentro di me, incluso quel cielo stellato. Quando sono tornata a casa ho capito che avrei potuto essere dovunque e fare qualunque cosa, con quel cielo dentro al cuore. Con la mente ho iniziato il distacco da qualsiasi terra e la ricerca di un firmamento tutto dell’anima, da portare oltre qualsiasi dolore e perdita. Il trasloco effettuato? Noioso e alienante come la quotidianità fatta di prassi meccanica. L’approdo a nuovi orizzonti dove brucia il sole dell’avvenire? Un’opportunità straordinaria per far brillare di nuovo certe stelle impolverate dall’abitudine e dalla stanzialità. Una valigia è sempre una valigia, anche se di trasloco. È uno scrigno di promesse, alcune fasulle, d’accordo, ma non è detto che questo sia per forza una tragedia. Se oggi guardo oltre la nuova finestrona, vedo un cielo immenso cui abbeverarmi alla ricerca di quella stella fissa che mi accompagna da quando ignoro meno cose. La mia direzione è tracciata da tempo, ma ogni tanto, quando l’aria si fa plumbea o rarefatta, il luccichio ha bisogno di brillare nel deserto di un cuore che sa fare piazza pulita per comprendere tutto, come il Fezzan, dalle dune altere e cangianti al primo soffio di ghibli.
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3 commenti:
Una sigaretta (visto che hai cominciato!!!), mentre scruti "l'aldilá" della nuova finestrona, t'assicuro cadrebbe a piccione!! Stasera se non hai niente di meglio da fare ce la fumiamo assieme. Io alle mie 9, tu alle tue 10....peccato la mia finestra abbia un muretto davanti e non si veda una mazza!!
va là che si vedono ragazzotti sudati in calzoncini che giocano a pallone dalla nuova finestrona!
Per nuovi precetti si fuma solo dal balcone, per cui ho smesso. Forse, però, dal momento che non ho mai cominciato, non posso nemmeno smettere ;-))!
I ragazzotti nel pallone si vedono dalla stanza del coamico, ecco perchè so già dove andrai a finire quando verrai a trovarmi, ma ti legherò in cucina ;-))!
Notare la par condicio di righe ed emoticon.
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