sabato 27 gennaio 2007

La mission delle mie parole

Scusate il silenzio, ma devo torcere la parola anche in altre direzioni, articoli di turismo soprattutto, con i quali trarre il necessario per l'affitto. Immagino già le facce deliziate di quanti mi vedono scrivere di spiagge assolate e mari esotici. Ebbene, spengo subito gli entusiasmi, dato che mi occupo della parte più tecnica della questione: numeri, percentuali e target, investimenti, quote di mercato e nuove frontiere commerciali degli operatori che nel settore turistico lavorano, ed ai quali, per la maggior parte, non importa assolutamente nulla se il mare sia una latrina o gli aironi pieni di catrame stramazzino sul litorale. Certo, se queste condizioni non si verificano è più probabile il flusso dei visitatori, ma il turista è folle, i suoi comportamenti capricciosi come quelli dell'umanità cui appartiene. Per cui, se il viaggio nei posti disastrati diventasse una tendenza, tutti andrebbero lì, come oggi fanno i vip da discount con Sharm El Sheik o certa Sardegna. Range, mission, load factor, outgoing, ingoing, Boeing (aggiunto per assonanza con le ultime due parole): questi alcuni dei termini nei quali m'imbatto e che sono costretta ad usare... per essere il più chiara possibile(!) C'è un altro modo per esprimersi? Forse sì, ma sarebbe percepito come inadeguato ed impreciso. La missione di un'azienda non è la sua mission, e questo, in un mondo privo di senso dell'umorismo quale quello dell'economia, è dato per scontato, non in senso di comprare a buon prezzo, quanto in quello di cosa evidente. Il colonialismo passa dal linguaggio, ed una lingua bella come la nostra, con tutte le sue sfumature, non è riuscita ad elaborare la materia economica. Anzi, magari se si fosse cimentata ci sarebbe anche riuscita, ma non è stata messa nelle condizioni, perchè appartiene ad un Paese esterofilo in tutto, tranne nel cogliere quel guizzo che ha portato molte nazioni avanti alla nostra, nell'economia e nel linguaggio. Il binomio ritorna, prepotente. E non potrebbe essere altrimenti, dato che sono due facce della stessa medaglia. Mi chiedo quale possa essere la mission della parola, il target del mio libro ed il range in cui oscilleranno i suoi lettori. Me lo domando solo ora, cioè dopo la pubblicazione, sulla scorta di curiosità piovutemi dai più avveduti. Follia pura quest'atteggiamento, direbbe qualche economista, ma anche certi conoscenti sensibili al discorso della commercializzazione. A che vale scrivere un libro se non si può contare su un pubblico di acquirenti? La mia risposta è che io intanto l'ho scritto e me l'hanno pubblicato. Alcuni lettori, prevalentemente amici, mi avvertono: seppur scorrevole e di buona fattura, la mia è una narrativa impegnativa, non per i temi, bensì per come sono trattati. Ma è proprio questo che fa dello scrivere un'arte. Se la riuscita di un libro dovesse basarsi esclusivamente sulle copie vendute sarebbe molto triste. Più triste sarebbe se io vendessi poche copie. Sarebbe la riprova che qualità ed (im)modestia non pagano. Anzi, non vendono. Peggio, nessuno se le fila. Mission mancata della mia parola, quota di mercato inesistente, anzi di nicchia, come si dice in questi casi, copertura appena necessaria per qualche sorriso amichevole e compiaciuto? Piacere a tutti è una condanna, a pochi una tortura. Nel mezzo forse ci sono i molti, di sicuro le bollette da pagare.

1 commento:

sisca ha detto...

mi onora essere la prima. punto la bandiera in questa marescaia e mi godo il mio primo commento dei primi commenti..ma commentando mi accorgo di non poter postare liberamente devo effettuare la registrazione.. perchè bisogna registrarsi sempre dico sempre ma sempre sempre? sono registrata ovunque.. ho ottomilanovecentotrentadue passwords per ottomilanovecentotrentadue operazioni che se si facessero liberamente sarebbero molto più produttive..potrei ad esempio ricordarmi il commento da postare piuttosto che la password da immettere, sarebbe utile no?. mi chiederanno la password anche al bar? sì. e per l'ansia di dare quella esatta mi verserò il cappuccino sul cappotto, allora dovrò entrare in tintoria e dovrò dare una la password anche lì, è un guaio vero. dal log-in non se ne esce. sto diventando un log-in accidenti.. preferivo essere un pop-up. bene mi sono registrata adesso posso pigiare su pubblica. che fatica. che fatica marè!