giovedì 8 febbraio 2007
I mattoni della mia dimora
Ci sono libri che mi hanno fatto tremare i polsi. Spesso era necessario che io distogliessi lo sguardo dalle loro pagine, per consentire alla mente di correre dietro ai pensieri partoriti da determinati fraseggi. All’inizio era più una questione di ricerca lessicale, vocabolario a portata di mano e cervello come una spugna, pronto ad assorbire l’intero repertorio linguistico. Poi il mio approccio si è tramutato in dilettosa ricerca dei meccanismi narrativi e delle tecniche generatrici di determinate emozioni, a volte applicabili al mio caso personale (o umano?), altre volte analizzate nel loro fascino indipendente dai miei acerbi vissuti. Nostalgie anticipate, sogni mancati, esperienze inaudite. Ma la lettura è relax, obietterebbe qualcuno. La replica è semplice: io mi rilasso (anche) così. Come ho scritto nella nota d’autrice cui mi sono piacevolmente arresa dopo dinieghi ed indifferenze dei contattati per la prefazione mancata, cui dedicherò un post, la mia formazione avviene sulla grande letteratura otto-novecentesca. I classici, mattoni che hanno tirato su la dimora del mio gusto letterario, dalle porte socchiuse. Se spio in alto nelle giornate uggiose e mentre il mondo piove distanza, sotto al tetto e ben distinguibili, ricordo ad uno ad uno chi ha forgiato quei mattoni: Tomasi di Lampedusa, Svevo, Pirandello e Calvino, Stendhal, Balzac, Proust e Maupassant, Hesse e Mann, le Brontë e la Woolf, Joyce e Wilde e, a dimostrazione che l’ordine espositivo non testimonia preferenze, tutti i russi, inarrivabili. Dostoevskij e Tolstoj, Turgenev e Bulgakov, Gogol e Gonkarov. Checov, genio dell’animo allo stato puro. Talvolta la mia dimora ha subito aggiustamenti e lavori durante le infiltrazioni della contemporaneità, che col suo umido da bestseller televisivo rischiava di crepare le solide, affrescate volte della vera arte. Ingresso solo per selezionati presso la dimora del mio gusto letterario, ma non c’è bisogno di tessere. Basta aver qualcosa da dire, non semplicemente dire qualcosa. Necessità di arieggiare; le porte socchiuse alla luce del Fato, ad un certo punto della vita, mi hanno fatto scorgere altri mattoni fondamentali, base delle colonne portanti. Due giganti, Màrquez ed Amado, per specchiarsi e scoprire che il Sud è sempre uguale a se stesso, pur nelle sue differenti latitudini. E che ha capito tutto senza ragionare su nulla.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento