martedì 31 agosto 2010
Capo d'inverno
Oggi è il 31 agosto, e nonostante sia reduce da un'impegnativa lettura di taglio scientifico che passa in rassegna il concetto di tempo tra fisica quantistica e filosofia della scienza, fino a teorie che ne invalidano l'esistenza, rimango dello stesso parere: oggi è il 31 agosto. Sono rientrata ieri dall'estate 2010 ostunese, valutando quante volte ho ormai sentito questa stagione accompagnata dal relativo numero che segna un altro anno passato. Un esercizio malinconico, ormai, come l'autunno imminente. Oggi, però, non è solo 31 agosto, ma anche "capo d'inverno". Era questa la definizione data da mio nonno al giorno che segna, non proprio in maniera esatta ma emotivamente, la fine delle giornate computate in base a quante ore trascorrere sulla spiaggia. Giornate estive in cui il resto è vita, ma l'essenziale è il mare. Dal "capo d'inverno" in poi cambiano i ritmi, ed anche in occasione di settembri straordinari si assiste a preparativi psicologici da imminente privazione di mare. E chi si priva è provato, si sa. Mio padre, a testimonianza di un tempo che si accelera per esorcizzarne la fuga, strappava il foglio del calendario anche quattro-cinque giorni prima della fine del mese. Quante volte mi sono trovata nell'impossibilità di valutarne la coda, costretta a lasciare la cucina e ad andare in camera, dove la competenza sul calendario era mia, permanendo infatti sempre lo stesso mese, tanto che ad un certo punto mio padre iniziò a fare strage preventiva un po' in tutta la casa. Unica eccezione, quando era segnata una scadenza: tasse da pagare, appuntamenti medici, note varie. Lì il mese aveva diritto a sopravvivere fino alla fine, senza anticipare la propria morte. "Capo d'inverno", e già il pensiero corre, anche per sindrome da rientro e stanchezza da routine che si rispolvera noiosamente uguale a se stessa, a Natale. Qui entra in gioco mamma, ovvero l'unica viva e vegeta tra i protagonisti di questo post intessuto dal tempo. "Chiama che facciamo l'albero", disfatto il quale "chiama che arriva Pasqua", dopo la quale "chiama che arriva Ferragosto", dove "chiama che arriva" è espressione tipica per significare l'imminenza di un fatto. Da questi episodi emerge che a casa mia si è sempre vissuti a stretto contatto con il tempo, avendo deciso che esiste a dispetto di tutte le discussioni fisico-filosofiche in merito. C'è un tempo che non ritorna più ed uno che ciclicamente si ripete. Il primo vede protagoniste persone risucchiate dall'atemporalità della morte, che pone tutto al di sopra di quanto misurato fino ad allora. Un grande demarcatore che isola ciò che è stato da ciò che non sarà più. Il secondo invece prescinde dagli individui ed è quello della Natura, matrigna perché indifferente alle nostre vicende, non cattiva di per se stessa. E' il tempo che fa venire le rughe ed ammalare, parlare per esperienza e collocare determinati avvenimenti storici a noi contemporanei. Sappiamo tutti, più o meno, dove eravamo e cosa facevamo durante l'attacco delle Twin Towers, per esempio. Il tempo della vita procede anche per ricordi, e fanno sorridere certe definizioni, quali per esempio "capo d'inverno", strappate all'oblio grazie a chi le ripete sfidando, mentre è in vita, il tempo stesso che tutto fa arriva e passare, come ammonisce mia madre, mentre sento risuonare l'esclamazione che mio padre faceva ancora solo un anno fa al mio rientro a Roma. Fossero passati dieci, venti o trenta giorni, una settimana come più di un mese, la frase era sempre la medesima, rammaricata: "Come vola il tempo!". Diverso era lo spirito di nonno quando diceva "capo d'inverno": rideva, consapevole di un paradosso non tanto tale. Un filosofo, a suo modo. Stasera, come al solito, ho sentito mia madre, con la quale gli argomenti vertono su cibo e tempo, ovvero cosa ho mangiato e che temperatura c'è a Roma, paragonata subito a quella di Ostuni. Lì vento freddo, le onde del mare si vedono dal terrazzo di casa. Forse mamma esagera, ma rende bene il concetto. Borse di mare e teli a lavare, anche quest'anno hanno fatto la loro stagione. Ognuno ha la propria, in fondo. E allora che capo d'inverno sia, con un po' di tosse, le prime giacche e l'inevitabile saudade del passato che, tra calendari strappati anzitempo e chiamate al futuro, sopravvive, intatto, nel presente della memoria.
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