lunedì 13 gennaio 2014

La grande emozione

Finito di guardare 'La grande bellezza', ho subito pensato di scrivere un post sul film italiano più struggente visto negli ultimi anni. Mi sono soffermata distrattamente su critiche ed elogi, le prime più nazionali, i secondi più internazionali, poi mi sono fatta ancora una volta contagiare dalla sindrome di Jep Gambardella, che dopo il primo libro non scrive più e vivacchia di spettacoli dalla disperante felicità nella cornice barocca di una Roma grottesca. Ecco, è questo il punto che mi ha fatto utilizzare quest'aggettivo, perché il contrasto tra quello che è e quello da cui è attraversata la città più offesa del mondo è assolutamente struggente, da pianto senza lacrime. Roma mette davanti agli occhi la pericolosità e crudeltà della bellezza, irraggiungibile anche quando si fa affascinante decadenza in cui sprofondare con voluttà consapevole, mentre l'anima geme nel tentativo di emularne, impotente, la perfezione. Nel film si assiste al contrasto tra una fotografia che rende piena giustizia a Roma ed un panorama di inquietanti maschere ormai trasformatesi in volti del quotidiano, con una sceneggiatura intessuta di dialoghi che hanno il pregio di far capire soprattutto quello che viene taciuto. Ci si gode con amarezza il soggetto di Jep e della sua sbilenca intellighenzia che rappresenta la parte migliore e più inconcludente del Paese e ancora ci si sazia con ingordigia di Roma, che schiaccia tutto e tutti ma senza ostilità, solo con la sua indifferente ed inarrivabile grande bellezza. Ci ha provato, Jep, a mettersi al suo pari, ambizioso come tutti i giovani, voglioso di impadronirsi della sua essenza per diventare eterno come lei grazie alla scrittura, ma poi ha capito quant'è impegnativo ed estenuante un simile obiettivo, ripiegando sulla mondanità che, con le orride compagnie di cui è sempre ricca, allontana dalla ricerca, dalla tristezza della disciplina, da un'indagine più profonda e regala, senza sforzo alcuno, lo splendore di un personaggio che, pigramente e grazie a vari cambi d'abito, si fa subito re dei morti in vita. La tragedia che non permette a Jep di diventare una macchietta come le sue frequentazioni è data dalla capacità di osservarsi con un'intelligenza sottile che però allarga le braccia, rassegnata alla sua grande resa, quasi sollevata, perché perdere contro Roma è scritto nel destino di tutti quelli che la sfidano in brama di grandezza. Jep si limita ad infilzare con la propria lingua tutto e tutti in un divertissement fine a se stesso e che non porta mai a nulla di nuovo. Quando questo gli si palesa nel personaggio della Ferilli quasi ci crede, ad una svolta, ma non c'è disperazione nel momento in cui lei scompare. Rimangono impresse le lacrime del padre, non quelle sue che invece ha un breve cenno di se stesso quando il compagno scelto dalla sua ex di gioventù gli comunica che è morta. Si tratta dell'amore della prima parte della vita, quella che determina, da come si è ad essa sopravvissuti, tutto il resto. Torna il tema delle radici e di dolori remoti, torna la noia dello scavo che pure Roma sempre ricorda, con quella terrazza sul Colosseo, a due passi dai Fori Imperiali. Torna sempre e non va mai via la grande bellezza della città tratteggiata lungamente, in modo stupendamente pignolo e con un amore che può avere soltanto un non romano per una capitale cui i suoi figli sono abituati sin dall'infanzia. Il mistero di se stessi cede il passo a quello di una nottata tra statue, quadri ed una partita di chi gioca sul tavolo verde i suoi ultimi anni, il silenzio avvolge Jep mentre riflette sul Lungotevere e si fa ancora più intenso quando passano i tre uomini in vena di corsa e bestemmia, destinata ad affievolirsi, a distanza, proprio come i buoni propositi con il passare del tempo. Jep è vecchio e lo sa. Irrimediabilmente, il più della sua vita è alle spalle. Tenta quindi un umanissimo riscatto, dopo aver perso tutto ma davvero nulla di importante, tranne una bella vita che non è sinonimo di vita bella: ritornare alle radici, a se stesso, alla vita prima che si interrompesse per farsi celebrità di un quarto d'ora. La grande, struggente bellezza è anche questa debolezza che trova la forza di alzare la testa, sebbene non ci sia dato sapere se Jep ritroverà un vero bandolo della sua esistenza dopo così tanti anni, se ci sarà un nuovo romanzo. Potrebbe scriverlo per la disperazione, ma questa potrebbe anche avere la meglio e fargli dire un 'ormai' che è come pietra tombale, più pesante di quella vera. Il suo essere destinato alla sensibilità non lo ha risparmiato dal destino degli altri, semmai ne ha acuito lo scorno. Ha le parole per descrivere tutto e lo fa a tratti, superficialmente. La sua piccola bellezza abdica al cospetto della grande, lunga migliaia di anni. Servillo è ancora una volta magistrale nella rappresentazione di un uomo senza rancori e dalla formidabile autoassoluzione che non cancella, come non potrebbe, un inestirpabile scontento, seppur tenuto a bada da un ironico sorriso. Ha scelto l'indolenza, ha scelto di farsi contagiare da Roma, che anche a volerlo non può diventare più bella di com'è. E, anche per questo, è stremata almeno quanto Jep, ma più serena nella sua grande bellezza. Oltre a Sorrentino ed a Servillo, va ricordato anche l'apporto di Umberto Contarello. Non ci sarebbe stato il Fellini che tutti conosciamo, senza Flaiano. La scrittura di un film è fondamentale, come ricordò anche Verdone prima di diventare personaggio di questa meravigliosa pellicola, aggiungendo che in Italia non si fanno più bei film perché scarseggiano le belle penne. Beh, qui la sceneggiatura di Sorrentino e Contarello dimostra che ce ne sono almeno due. Nel libro 'Hanno tutti ragione', d'altronde, Sorrentino dà una bella prova di sé anche come scrittore. Spero con tutto il cuore che questo film, all'origine di grande emozione per i disabituati alla bellezza come la sottoscritta, vinca tutti gli Oscar che merita. E spero che l'Italia ed i suoi abitanti si riabituino alla grande bellezza di un Paese disegnato con un'ispirazione divina ma troppo spesso scritto e descritto male, quindi deturpato, sia da chi lo rappresenta che da chi lo popola. Un po' di orgoglio, un po' di vanità. Un po' di bellezza, anche se non così grande. Prima dovremmo imparare di nuovo a condannare la bruttezza che fingiamo di non vedere o, peggio, ci siamo assuefatti a spacciare per il suo contrario.

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