martedì 7 aprile 2009

X Gattor

Strano risveglio, stamane. Apro la porta e non vedo il solito felìde Achille, ormai da me ribattezzato Achilluzzo, insinuarsi nel varco. Non accorgermi della sua testolina grigia che entra nella camera o non contemplarlo nel suo saltino in avanti di approvazione, quando seduto aspetta solo che quella maniglia venga mossa per poi farmi il suo classico otto attorno alle gambe, mi ha destabilizzato un po'. Dove si era cacciato? Silenziosa, nella casa priva di altri viventi oltre noi due, lo cerco ritrovandolo dopo un attimo, dato che non abito proprio a Versailles, sul letto del coamico con gli occhi chiusi. Allora a mani conserte lo contemplo, il tempo che lui avverta i miei impercettibili rumori ed apra gli occhi: che gatto! Appena mi guarda lo apostrofo: "Miciuscolo!", e lui per tutta risposta mi bela un 'mi-a-a-o' e si mette a pancia all'insù, con le zampette ripiegate in una chiara richiesta di coccole, la stessa di ogni santa sera che torno a casa o da un viaggio. Accorre e si sdraia, facendo le fusa già al solo gesto. Non immaginavo esistessero dei gatti così affettuosi. Sono animali straordinari, ti danno tanto pur essendo indipendenti. Dovremmo prenderne esempio, noi umani. Stamattina questo gesto così collaudato mi ha dato il senso di un'intimità, di una profonda conoscenza, perché lo sapevo che mi avrebbe belato il suo 'miao' di coccole ed io ero lì per rispondere a quella richiesta con parole di uno stupido che più stupido non si può: "Sei tutto coccole e distintivo, sei la tigre di via Grandis, il miciuscolo più miciuscolo che ci sia, belluscolo miciuscolo"; poi ci sono le canzoni, improponibili cover: "Sei gatto gatto gatto come te/sei gatto solamente tu", "Gatto/solo per te la mia canzone vola", e mi fermo qui per carità di patria. D'altronde lui mi istiga, aumentando ad ogni definizione le fusa in un crescendo che si sente anche dalla stanza adiacente. Achilluzzo, il miciuscolo, come ho iniziato a soprannominarlo appena ho rilevato i tratti evidenti della crescita, testimonianza del fatto che i nomignoli sono affettivi, più che descrittivi, è di sicuro provvisto di un X Gattor che gli ha permesso di portarmi a questo stato semipermanente di delirio. Quando sono in viaggio guardo le sue foto sul cellulare e mi chiedo quanto lo possa trovare cresciuto; in Puglia, seduta a leggere un libro, lo immagino al mio fianco, come in questo momento mentre scrivo. Non sia mai si perde qualche riga, appena interrompo con la tastiera viene vicino e si sporge a leggere, poi si riappisola. "Eh sì, è proprio noioso, eh?", gli dico mentre si risistema il corpo grigio-nero a ciambella, più miciuscolo ed Achilluzzo che mai. Non lo porterei mai al 'cat pride', non mi piacerebbe sfoggiarlo a destra e a manca. Lì ci sono felini e padroni in gran tiro, tutti si sparano le pose. Achilluzzo non è così, lui ha dovuto combattere con la vita e gli stenti, i primi giorni. E' un gatto forte e concreto, i cui segni di una nascita non proprio fortunata, che lo ha visto piccolissimo incastrarglisi il labbro in una lamiera di un'automobile, sono ancora visibili. Una parte piccolissima di labbro non c'è più, conferendogli quella bellezza che solo le imperfezioni sanno dare. La durezza lo ha temprato senza togliergli dolcezza. Mi destabilizza quando mi guarda con quegli occhioni verdi mentre me ne vado via, a registrare le fesserie di qualcuno da riportare su carta. Ricordo che era così anche con mio nipote quando si posava sul vetro della porta, i palmi aderenti in tutta la loro minuscola apertura, mentre mi accomiatavo augurandogli la buonanotte e dandogli appuntamento per il giorno dopo. Nei suoi occhi la stessa triplice domanda di Achilluzzo: "Perché aspettare? Perché non adesso? Perché te ne vai?". Sto esagerando? Forse, ma il suo sguardo mi segue fino a che non chiudo la porta e maledico il mondo ad ogni mandata. "Ciao Achilluzzo, mi raccomando, comportati bene, ci vediamo stasera", e giù ad imprecare dentro di me, anche contro questo inedito senso di colpa. Oggi, però, dopo le coccole, l'ho visto salire sul tavolo sotto la finestra e guardare dal vetro il mondo esterno. Gli studiavo la testa, le orecchie mobili, l'altezza; sta arrivando anche il suo momento di uscire, forse se lo sente. Mi sono avvicinata per osservare meglio la sua espressione, lui si è girato e dopo un breve 'miao' ha ripreso la sua contemplazione. "Achilluzzo, tutto arriva, porta pazienza", gli ho detto allora. Di profilo era un'immagine splendida: un gatto alla finestra. Niente di eccezionale? Probabile, ma non se il gatto in questione ha l'X Gattor. Allora tutto cambia. Un X Gattor che al 'cat pride' se lo sognano, grande come una casa, alto come il Colosseo. L'X Gattor proprio di chi si sente gatto, non di chi lo ostenta.

3 commenti:

Marianna De Padova ha detto...

Non esageri: sapessi io alla mia micetta che gli dico, altrochè amor di patria...;-) Sul momento del distacco...preparati: ti scoprirari genitrice. Quando porto la mia Costanza in campagna e sta tutto il giorno in giro, arrampicata sugli alberi, a cacciare lucertole, o giocare con i fratelli mi sento un po abbandonata, ma anche orgogliosa che non si sia rimbambita in balcone...

Anonimo ha detto...

Ed io ieri sera ho assistito a canti e coccole live

Federica Meta e Francesca Pucci ha detto...

Cosa altro aggiungere a cotanta manifestazione di "gattofilia"? Trattasi di malattia inguaribile..io ce l'ho da tempo!