lunedì 2 marzo 2009
Le feste che passano
Anche questa festa è passata. Per chi non sapesse, alludo al ritrovo di persone più o meno note organizzato di volta in volta a seconda della casa in cui riparo e delle persone con cui vivo. Pensata come occasione per far conoscere il proprio mondo agli iniziali estranei con cui si condivide l'appartamento, la festa è diventata di anno in anno momento di incontro di persone che ormai si conoscono già, in quanto quei mondi venuti a contatto si sono poi frequentati e magari anche piaciuti. Così è stato automatico invitare, oltre a chi ha lasciato la casa per una convivenza, anche gli amici storici che questa persona ha portato al vecchio indirizzo, quando eravamo via Fezzan e via Casal Bruciato. Un modo forse sottile, ma neanche tanto, per ribadire che determinati fili rimangono sempre tesi, a dispetto del tempo che cambia fatti e persone. In via Grandis hanno fatto il loro ingresso vecchie e nuove conoscenze, gli invitati si sono mescolati tra di loro per fare quattro chiacchiere, nuovi e vecchi colleghi, amicizie dell'università, del liceo e dell'infanzia, amici di amici, colleghi di amici, amici di colleghi, fidanzati di amici e di colleghi. Il nostro claim è sempre lo stesso da via Fezzan, 'porta chi vuoi, ma soprattutto da bere'. Questo spiega perché gli invitati ci prendano in parola e contribuiscano ad arricchire la festa di presenze altre, che si aggiungono insieme a nuove bottiglie di vino o di birra, mentre la casa mette a disposizione una base alcolica a prova di bomba. Due bottiglie di Campari, di Gin, di Martini rosso, di rum, di vodka pura, di vino frizzante, di Aperol, cui si sommano varie unità di Coca Cola, Lemon Soda, acqua tonica e succo di pera. Per me era un pochino, ma ho dovuto desistere davanti alle sopracciglia inarcate di coloro con i quali ho fatto la spesa. Patatine, olive e stuzzicherie hanno accompagnato il tutto. I più venali staranno già facendo il conto di quanto ci sia venuta a costare questa festa. Rispondo che, soprattutto in tempi di crisi, bisogna rendersi la vita più leggera, e questo giustifica un prezzo da pagare in quanto il piacere di stare insieme è sempre più inestimabile. Così la penso io, almeno. Le feste che si sono succedute si sono portate appresso gli inevitabili cambiamenti ed umori del momento, con soggetti più o meno brillanti a seconda del periodo vissuto. Non è detto, infatti, che ad una festa si dia il meglio di sé, ma rimane un piacere constatare, per chi apre la porta, che l'invitato ha tenuto ad esserci nonostante l'eventuale umore variabile. D'altronde una festa serve anche a raddrizzare un buonumore compromesso. Come al solito questi eventi scattano la fotografia del momento anagrafico vissuto, e questo forse spiega perché la stanza 'dance' ha conosciuto subito un abbassamento di volume ad opera degli invitati stessi che si sono seduti su tappeti e cuscini ed hanno iniziato a parlare. "Tanto non ballava nessuno e così ci siamo permessi". Eccerto che non ballava nessuno, i 20 anni sono passati da quel dì, e poi che ben ricordi i nostri party sono stati sempre occasione di grandi chiacchierate e bevute, quindi proprio non so che cosa avrebbe dovuto portare a muovere i piedi più delle mani, preziose invece per miscelare meglio il cocktail del momento. Giovani adulti, o adulti giovani, che si portano appresso i segni di una transizione da cui spesso esala il puzzo del guado o dell'autocommiserazione. I nostri genitori avevano già famiglia, casa e lavoro assicurati, noi tremiamo al pensiero di non averli mai, almeno per chi ha avuto il tipico modello da ceto medio che ha fatto quest'Italia o Italietta, giudicate voi. Io però me le ricordo le foto dei miei quando si sono sposati giovani, ed a tutti gli aggettivi si pensa tranne che a questo. Mio padre trentaduenne è molto simile a mio padre quarantenne ed addirittura cinquantenne, se si fa eccezione per un po' di grigiore e di pancetta sopraggiunta. Non avevano le nostre aspettative di vita, non si sarebbero confrontati con i prodigi della scienza e della medicina cui assistiamo noi di giorno in giorno, non viaggiavano né potevano comunicare in tempo reale con chi era lontano e non avevano tanti modelli di vita in un mondo che, per forza o per amore, li conduceva dagli studi all'altare. Era una società molto più povera di stimoli e molto più ricca di contenuti? Si stava meglio quando si stava peggio? Ed i nostri fratelli maggiori, i ventenni degli anni '80, cosa ci hanno lasciato, cosa ci hanno insegnato? Un cumulo di rovine e l'impulso sfrenato a consumare quando ormai gli scaffali sono vuoti. Ed allora forse sarebbe il caso di ripartire da noi, senza modelli cui uniformarci acriticamente, senza utopie da sbandierare, senza alibi sfiancanti. I fari del passato sono ormai appannati; con l'equilibrio squinternato che l'età ci riconosce, senza fare i patetici antieroi mucciniani o dover aspettare una storia di successo cui ancorarci per sperare, ripartiamo da noi. Da ciò che siamo, da quello che vogliamo ed amiamo veramente. Lamentarsi serve solo se è funzionale ad una protesta strutturata, altrimenti è solo un esercizio di pessimismo. Le feste che passano mi insegnano sempre la medesima cosa: quanto ami rivedere gli amici e conoscerne altri, conversare con loro, un piacere che non ha prezzo, e quanto sia inestimabile il valore di una passione, unico faro atto a dirigere una vita privata di modelli dalle contingenze. Ciò che ci piace fare, ciò che uno sente o sa di essere. Secondo me bisogna ripartire da qui, nella valle di lacrime dell'attualità.
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3 commenti:
...ripartire...
ma sì, questa proprio mi piace!
Bravavale,
tuttoattaccato ;)
PS prima del 21 marzo, Betto attende
cia'
Se lorita sei quella che penso io, mi metto in ginocchio e ti chiedo perdono per non averti invitato alla festa assieme al tuo ragazzo. Mi siete sfuggiti, ed era inevitabile che accadesse con qualcuno...ma proprio con voi, che c....!
Bisogna ripartire dalla valle di lacrime..mi trovi d'accordo...perchè bisogna essere profondamente convinti che il mondo è orripilante per essere felici. Comme disse the master. Cià
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