Sarà perché l’altro giorno ho piegato il foglio di appunti da intervista a metà per verticale, come se si fosse trattato di un compito in classe, sarà perché in questo periodo sono sempre di più le scolaresche che transitano da una metro all’altra, sarà che più passa il tempo meno lo accetto, fatto sta che questa discesa nelle Puglie, lo scorso fine settimana, mi ha visto prendere la cornetta e telefonare alla mia professoressa del ginnasio. Lei mi ha chiesto, a cinquant’anni suonati (diavolo, ma ne aveva poco più di me quando mi insegnava italiano, latino, greco, storia e geografia!) come mi andasse, ed io le ho risposto la verità, cioè né male né bene, ma “potrebbe andare meglio”. Le ho detto delle mie attuali mansioni nel giornalismo, dei deludenti guadagni, dell’ancora più deprimente contesto lavorativo in cui s’imbatte qualsiasi giovane professionista che non sia sponsorizzato da qualcuno o dalla Sorte, e lei mi ha incoraggiato a non demordere nel cercare un colpo di fortuna o qualcuno che riesca a valorizzarmi, ricordandomi quanto sia un peccato che gente come me si rassegni. Certo io tutto sono tranne che rassegnata, ma è come se da quella telefonata cercassi una conferma, un attestato di valore all’insegna del ‘nonostante tutto’. Nonostante la mia posizione attuale, avevo ottimi voti. Quelli che mi inorgoglivano di più non erano tanto scritti sul retro dei compiti di latino e greco, quanto sui temi di italiano, la cui consegna decretava delle vere e proprie stragi. Pochi sapevano scrivere, allora nell’angusta dimensione della classe come oggi in questa società tanto più vasta. Accanto ai mostri di bravura della pagina scritta, di sicuro presenti nelle grandi testate, registro mostruosità a vario titolo in chi si professa giornalista o giù di lì nel sottobosco di mille tastiere più anonime ma non per questo meno degne di rispetto, se prive di strafalcioni. Questo se guardo al ‘nonostante tutto’ in maniera retroattiva; ma il ‘nonostante tutto’ può essere guardato anche nell’altra sua torsione, più realistica: quella del presente. Cioè, nonostante tutto, lo studio, le abilità dialettiche, la scioltezza delle categorie mentali al sole dei classici, eccomi qui, così, piena di belle speranze, come sempre, ma con le tasche vuote. E allora? Una domanda segue questa: ma tutti questi bei risultati li conseguivo con l’obiettivo di un guadagno? Quali erano i miei obiettivi, allora come ora, dato che la carica ideale, nonostante tutto il pragmatismo dei trenta, rimane la stessa? Certo, l’indipendenza, il non voler solo sopravvivere, potersi permettere qualcosa in più: un vino migliore, soprattutto. Per il resto, nessun rimpianto, dalla facoltà alla scelta di un lavoro maledetto per finta, come gli studi liceali: gli unici possibili per me. Su certe strade non ci si incammina per libero arbitrio, ma solo dopo aver riconosciuto il proprio destino, e, soprattutto, non scappando in direzioni che non saranno mai quelle giuste per sé. Quel sé che mi ha fatto sorridere, annuendo, alla constatazione della professoressa: “Se vuoi continuare a far parte di un élite, non dimenticare mai il greco”. “E a che ti serve?”, chiederebbe l’utilitarista medio borghese con piena legittimità. “A niente”, risponderei dopo aver fatto spallucce con tanto di smorfia sprezzante, “solo ad essere quella che sono”. “E dove ti ha portato questo?”, rimarcherebbe la suddetta voce con implicito riferimento venale. “Ad essere quella che sono”, risponderei autistica e smarcandomi dalla dimensione dell’avere. A volte, è vero, vorrei avere di più, ma solo per dare. Anche essendo si può dare, ma è più faticoso consegnare parti di sé. Meglio regalare degli oggetti: è più comodo ed indolore. Un compromesso potrebbero essere le parole, e quelle sono le figlie di ciò che sei. E così un verbo greco, eimì, diventa una coniugazione esistenziale ben lungi dal puro compiacimento accademico; diventa Fato ed orgoglio di essere riusciti ad affrontare, nonostante tutto il forsennato fuggire antichi nodi, ciò che si è e presumibilmente si diventerà.
Nonostante tutto, è una vittoria non da poco.
4 commenti:
eimì..eis..estì..esmèn..enstèn..eisìn...
ma soprattutto
oi barbaroi!!!!!!!!
ps: mi trovi d'accordo su tutto il post!
ah ah ah
;-))
Viste le mie recenti incursioni nella lingua inglese, in my opinion alla diatriba tra essere e avere dovrebbe essere aggiunto un terzo ausiliare: fare. Così, tanto per buttarla in caciara. (Caciara è una parola che solo una certa élite può comprendere).
Dunque la domanda dovrebbe essere questa: sei ciò che sei, ciò che hai, o quello che fai?
Rispondo così al coamico, in un surreale scambio di opinioni via Mac mentre è nella stanza adiacente: preferisco la prima opzione, dato che se si scomoda la dimensione dell'avere e del fare dovrei riconsiderare la stima che ho per me stessa, con gravi ricadute sul mondo che mi circonda. E non credo che le persone a me circostanti (te incluso) siano pronte a queste ricadute. Tutto fratto, non ve le meritate affatto.
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