mercoledì 18 luglio 2007

Domande in americano

Una notte d’estate, giorni fa. Distesa nel mio sudario e sul punto di addormentarmi, sento il coamico che mi chiama, concitato. Che succede? Gli è arrivata per vie misteriose la cittadinanza americana misconosciuta e da lui sempre rivendicata? Grande è la confusione, il caldo e la curiosità sotto il cielo, così mi alzo per diventare testimone dello storico accadimento. Quanto è sotto i miei occhi un minuto dopo annulla tutte le più surreali ipotesi. La realtà, come al solito, le aveva superate.
Il coamico, infatti, era diventato americano, ma non a furia di carte. Ne aveva assunto la lingua, con la quale faceva delle domande…al suo Mac di fronte. Trasecolo. Già il parlare con un computer (ok, so le obiezioni, il Mac non è un pc, è il Mac. D’accordo, rendo solo l’idea, pur se vaga) a quell’ora è un’attività venata di stravaganza, ma farlo in americano!
“What time is it? What time is it?” Quanto mi sarebbe piaciuto se gli fosse stato risposto, magari in romanesco, “l’ora che la smetti de rompe li c….”. Ma il Mac è oggetto sensibile, fine ed esigente. Non solo non rispondeva male, ma dava una replica solo se l’intonazione era quella giusta.
Il coamico aveva scelto la voce di Bruce tra quelle offerte, e dopo avere ascoltato gli accenti riformula la domanda “What time is it?” E quello risponde. Il mio braccio avverte una stretta che nulla ha di umano, con tanto di morso gioioso alla mano, per fortuna del mio stesso entusiastico intervistatore, che si stacca e prosegue tra frasi come “Hai visto? Che ficoooo!Che intelligente, come sei intelligente! Che mito, Mac, piccolo mio!” Manco un figlio. Questo sì che significa essere proud.
Di lì una serie di richieste: “Open my broswer, get my mail, close this window, tell me a joke”. E quello con la velocità della luce ed il tipico fruscio dell’attività connessa eseguiva, nello stupore mai appagato del coamico, pronto ad affrontare una maratona di cui non ero in grado di immaginare la lunghezza. A volte qualcosa andava storto, perché il coamico tradiva un po’ le vere origini ed il suo essere Bruce. Così il Mac non eseguiva, e le inflessioni americane lasciavano il passo a quelle locali “A Mac, ahò, embè?” eccetera. Naturalmente per me la parte più bella della scena era questa: lo sfogo del gergo territoriale prima che venisse risucchiato dall’accento americano, senza il quale non si sarebbe mossa finestra, a meno di tornare al mouse, improvvisamente diventato invisibile. “Vabbè, e vuoi continuare tutta la notte così?” Certo, la risposta era scontata. “Tell me a joke!”, implorava. “Se vuoi te lo dico io”, affermo non ascoltata. Ridevo con le lacrime, e di fronte a me c’era lo stesso buonumore, seppur per ragioni del tutto differenti. Il Mac aveva risposto, ‘tellando un joke’! ‘Toc toc’, sento ad un certo punto. Lui pronto: “Who is?”, cui segue la risposta di un nome. Risate e risate. Troppo? Decisamente.
Esiste un confine al delirio, ma nella nostra casa romana si ignora spesso e volentieri, più per gusto del surreale in sé che per incapacità di riconoscere dove inizia la follia. Il coamico ci era dentro fino al Mac. Insieme formavano un quadro così intimo e familiare che ad un certo punto mi sono sentita di troppo. Mi sono congedata mentre continuavano a parlare, principio e riconferma di un amore reciproco ed indistruttibile. Dopo le “Lezioni americane” di Calvino, le “Domande in americano” ad un Mac. Dopo gli scritti su cui meditare, gli orali da ridere.
Dopo l’America, il nulla.

2 commenti:

f. ha detto...

Confermo.
Ho assistito, indeciso tra l'invidia e l'amarezza, alla medesima scena (qualche sera dopo nell'antro romano).
un consiglio, amaresca: al nostro comune coamico instilla il dubbio; la stessa applicazione per pc permette di parlare in italiano, basando il riconoscimento sulle proprie corde vocali e non su quelle, in prestito, di Bruce (o Bruno, dir si voglia)...

ps La focaccia unta e cipollosa del tuo amico ha provocato smottamenti inattesi nottetempo! Così, per conoscenza...
Baci, f.

Amaresca ha detto...
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